7 errori da non fare quando si realizza un vigneto

Untitled designQuando ci si imbatte per la prima volta nella realizzazione di un vigneto è facile commettere degli errori d’inesperienza che tornando indietro si eviterebbe di commettere. Ma tornare indietro non sempre è possibile, per cui quando si realizza una nuova vigna è necessario programmare in modo scrupoloso ogni dettaglio così da ridurre al minimo il margine d’errore ed evitare in questo modo di sprecare tempo e soldi. Quando ho realizzato il mio vigneto ho studiato tutto nei minimi particolari, ma nel tempo mi sono accorto che non tutto era stato pianificato nel modo più appropriato, anche se ero convinto del contrario. A distanza di più di due anni dalla messa a dimora delle barbatelle ecco un elenco degli errori che tornando indietro non commetterei, affinché possano essere d’aiuto a chi si accinge a realizzare un nuovo vigneto partendo da zero.

1 – La scelta del portinnesto non deve essere casuale ma basata sull’analisi del terreno
Il primo errore che ho commesso e forse anche il più importante è stato quello di non eseguire uno studio del terreno su cui sarebbe poi sorto il mio vigneto. Lo studio del terreno è infatti uno strumento fondamentale per valutare la fertilità fisica, chimica e biologica del terreno agrario e quindi per impostare correttamente la scelta del portinnesto da utilizzarsi per le barbatelle che verranno poi messe a dimora e che rappresenteranno l’anima della vigna e quindi del vino che in futuro si produrrà. Solo col tempo mi sono reso conto di come i diversi portinnesti utilizzati per il mio vigneto si comportano in maniera diversa gli uni dagli altri, soprattutto per quanto riguarda la vigoria, molto più pronunciata per alcune piante caratterizzate da un portinnesto specifico. L’eccessiva vigoria di alcune piante è un male in quanto rende più difficile la lotta biologica alle malattie funginee della vite (più superficie fogliare da trattare, meno areazione e quindi maggiore ristagno di umidità sulle foglie e sui grappoli) come ad esempio la peronospora, complica le operazioni di potatura verde e rende più complesso il mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo della vite fondamentale per un’uva sana e di elevata qualità (a sua volta condizione imprenscindibile per un vino genuino e di alta qualità).
Per un terreno estremamente fertile come il mio forse sarebbe stato necessario l’utilizzo per tutte le piante di un unico portinnesto meno vigoroso, come in effetti è accaduto per altre piante del mio vigneto (le 125 barbatelle da me messe a dimora avevano infatti 3 diversi portinnesti, alcuni più vigorosi ed altri meno).

Non penso che l’uso di diversi portinnesti (alcuni dei quali forse poco adatti al mio terreno) pregiudichi la qualità dell’uva prodotta dalle piante (ad ogni modo è una verifica che al momento non posso condurre in quanto le mie piante non sono ancora produttive al 100%), ma di sicuro mi obbliga a spendere più ore in vigna per i motivi di cui sopra, sottraendo quindi tempo prezioso ad altre importanti pratiche agricole da eseguirsi per la corretta gestione biologica del vigneto ed obbligandomi in alcuni casi ad utilizzare un quantitativo di anticrittogamici biologici superirore a quello ottimale. Quindi se state per realizzare un vigneto da zero è sempre bene partire con un’analisi dettagliata del terreno per capire con precisione quale portinnesto si sposi meglio con esso. Io mi sono fidato ciecamente del mio vivaista di fiducia, tornando indietro non lo rifarei (anche se la mia fiducia in lui resta intatta, solo che non si possono conoscere con tale dettaglio tutte le piante del mondo).

2 – Non è necessario utilizzare un palo di legno per ogni vite
Se parliamo di tutori, un errore che ho commesso e che tornando indietro non rifarei è quello di utilizzare per ciascuna vite un palo di legno di castagno come tutore. Questo ha fatto alzare notevolmente i costi di realizzazione dell’impianto senza alcun reale beneficio in termini di tenuta della struttura.

Affinché l’impianto sia resistente è infatti sufficiente utilizzare un palo di legno robusto ogni 3 viti (a volte anche 4), utilizzando come tutore per quelle intermedie dei supporti più leggeri (e quindi meno costosi) come i tutori in bamboo. Ve ne sarebbero anche di altro materiale (lamiera nervata, PVC, vetroresina), ma come sapete io prediligo quelli di origine naturale per il mio vigneto ed in generale per tutte quelle vigne che hanno l’ambizione di essere biologiche, come ritengo dovrebbero essere tutti i vigneti amatoriali come il mio. Del resto anche l’occhio vuole la sua parte.

3 – I tutori possono essere installati anche in un secondo momento
Sempre in merito ai pali dell’impianto ed in generale ai tutori che lo compongono, è necessario specificare che non è obbligatorio installarli tutti sin dal primo momento. Io l’ho fatto e col tempo me ne sono pentito. Non posso parlare di un errore vero e proprio quanto di un’azione non necessaria dal momento che le barbatelle sono di piccolissime dimensioni e non vi è quindi la necessità di un supporto così robusto per sostenerle. Non essendo necessari in una prima fase, l’installazione dei tutori può anche essere rimandata in una seconda fase, col beneficio di poter così dividere in due l’importo totale dell’investimento necessario alla realizzazione dell’impianto. In questo modo è come se il costo dell’impianto venisse pagato a rate. Il discorso appena fatto per i tutori vale ovviamente anche per gli altri accessori componenti l’impianto come ganci, distanziatori, fili e così via.

4 – L’innesto della barbatella non deve emergere troppo dal terreno
Parlando di barbatelle e della loro messa a dimora, l’errore da evitare è quello di posizionarle troppo in alto rispetto alla superficie del terreno. Il punto dell’innesto (facilmente individuabile in quanto più rigonfio) deve andare sotto la superficie del terreno o comunque poco al di sopra di questa (massimo 5 centimetri) perchè così facendo si evita che dal piede americano possano sbocciare dei tralci che sarebbero estremamente dannosi per la vite in quanto essendo più vicini alle radici assorbirebbero la gran parte dei nutrienti che da qui derivano, sottraendoli in questo modo alla parte superiore della vite (il nesto) che è poi quella tipica della varietà (le radici sono infatti di vite americana mentre il nesto è tipico della varietà, ad esempio nebbiolo, sangiovese, piedirosso e così via). È quello che è capitato in molti casi alle mie viti, e che mi ha costretto ogni volta a tagliare questi tralci per evitare che sottraessero importanti nutrienti alla vite; ma è meglio evitare di arrivare a questo punto in quanto un taglio è pur sempre una ferita e quindi un potenziale punto di ingresso per batteri e malattie di ogni genere.

5 – Lo scavo per le barbatelle deve essere profondo
Sempre parlando di barbatelle, un altro errore che col tempo ho capito di aver commesso è stato quello di aver scavato dei buchi nel terreno non tanto profondi costringendomi a spingere le barbatelle in profondità al momento della messa a dimora causandone la curvatura delle radici verso l’alto. Essendo curvate verso l’alto, quando col tempo le piante sono cresciute e con esse le radici, queste hanno avuto difficoltà a spingersi in profondità in quanto erano naturalmente protese verso l’alto. È estremamente importante che le radici della vite si spingano verso il basso in quanto è negli strati profondi del terreno che risiedono la maggior parte dei nutrienti di cui la vite ha bisogno per produrre dei frutti ricchi di elementi e minerali, necessari per un vino di altissima qualità come quello che ognuno di noi deve mirare a realizzare. Mi sono accorto dell’errore commesso quando dopo un anno circa dalla messa a dimora delle barbatelle ho dovuto sradicare l’unica vite seccatasi (record!) ed ho notato come le radici tendevano verso l’alto (vedete la vite secca sulla destra nella foto seguente).

Fortunatamente col tempo ho avuto modo di riparare all’errore non irrigando mai le viti; in questo modo le radici sono state costrette a spingersi verso gli strati più profondi del terreno alla ricerca dell’acqua e dei preziosi nutrienti essenziali per la propria sopravvivenza. Si tratta di una manovra rischiosa ma nel mio caso calcolata in quanto nelle prime due estati di vita del mio vigneto non vi sono mai stati periodi prolungati di siccità, le piogge sono state regolari. Oggi le viti sono tutte vigorose, per cui posso dire che la mia strategia ha avuto successo, ma è meglio non arrivare a questo punto.

6 – I fossetti attorno alle viti sono fondamentali
Sempre in tema di radici delle barbatelle, un altro errore che ritengo di aver commesso non tanto al momento della realizzazione dell’impianto quanto nella gestione del vigneto nel tempo, è stato quello di non aver scavato dei fossetti intorno alle viti sin dal momento della messa a dimora delle barbatelle. Come visto al punto precedente infatti, è importante che le radici si spingano verso il basso alla ricerca di preziosi nutrienti; scavando un piccolo fossetto attorno alle viti di circa 15 10 centimetri di profondità si evita che le radici possano svilupparsi negli strati più superficiali del terreno, costringendole così ulteriormente a spingersi in profondità. Il fossetto ha inoltre l’ulteriore vantaggio di raccogliere in modo più efficace l’acqua piovana e convogliarla verso le radici, evitando così di disperdere questo prezioso elemento. Io ho cominciato a realizzare i fossetti attorno alle viti dopo qualche mese dalla realizzazione dell’impianto ed ho capito che avrei dovuto farlo prima perchè in alcuni casi ho trovato delle radici che si originavano in punti molto superficiali della pianta. Alla fine ho deciso di tagliare queste radici troppo superficiali e per fortuna le viti non ne hanno risentito in quanto sono tuttora in piedi, ma se siete in procinto di realizzare il vostro vigneto vi consiglio vivamente di praticare questi fossetti sin dall’inizio e di manutenerli con costanza.

7 – Le viti di diverse varietà devono essere opportunamente segnate
Una volta messe a dimora le barbatelle di piedirosso e sciscinoso ho commesso l’errore di non segnare (in un modo qualsiasi) quali fossero di una e quali dell’altra varietà. Ancora oggi, a distanza di più di due anni dalla messa a dimora faccio difficoltà a ricordare quali viti siano di piedirosso e quali di sciascinoso; ricordo ovviamente in quale zona del vigneto sono state messe quelle di sciascinoso (che sono il 20% del totale), ma non saprei indicarle con precisione ad una ad una. Se siete in procinto di mettere a dimora delle barbatelle di diverse varietà ricordatevi quindi di segnare (magari sul tutore o semplicemente con una targhetta da appendere alla pianta) su ogni barbatella la relativa varietà, eviterete in questo modo di uscire pazzi ogni qualvolta vogliate capire che varietà avete davanti.

A distanza di 30 mesi dalla realizzazione del mio vigneto, sono questi gli errori che ho capito di aver compiuto. Purtroppo io non posso tornare indietro ma voi che state per realizzare il vostro vigneto evitate di commetterli e sfruttate i consigli del vignaiolo ignorante. Io nel frattempo continuerò a lavorare con l’ottimismo che da sempre mi contraddistingue con la consapevolezza che di errori continuerò a commetterne (nel caso aggiornerò l’elenco di sopra) ma non per questo non realizzerò un grande e buonissimo vino rosso.

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2 thoughts on “7 errori da non fare quando si realizza un vigneto

  1. Salve,edsauriente e concisa illustrazione.Sorge una domanda: se alla base, realizzo dei pozzetti per l acqua profondi 10-15 cm, non scopro il punto Barbarella/nesto che hai detto non dover essere fuori dalla superficie del terreno ma sotto il piano di questi? Ancora ho capito che non hai dato acqua alle barbatelle per i primi due anni,al fine di costringerle a spingersi in profondità? Grazie,Michele Fano

    • Caro Michele ti ringrazio per il prezioso contributo, la tua domanda è opportuna in quanto mi consente di approfondire la problematica da te evidenziata. Nell’articolo consiglio di posizionare il punto d’innesto sotto la superficie del terreno o poco al di sopra di questa. Se quindi il punto d’innesto viene collocato poco al di sotto della superficie del terreno, quando si scava il fossetto (anche 10 centimetri sono sufficienti) questo emergerà di pochi centimetri, che sono sufficienti a prevenire fenomeni di sbocciamento dal portinnesto; anche e soprattutto perché la tecnica del “fossetto” va applicata solo nei primi 2-3 anni di vita della vite (quando le probabilità di morte per stress idrico della vite sono maggiori), dopodiché non è più necessaria ed allora il punto d’innesto tornerà ad essere sotterrato o di poco in superficie. Ti confermo infine che io non ho mai annaffiato le mie viti, ma questo non vuol dire che non vada fatto; semplicemente nel mio caso non è mai stato necessario perché le piogge estive nei primi due anni di vita sono state regolari e sufficienti.

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