La progettazione del vigneto: quale densità?

Vigneto

Dopo aver scelto la varietà d’uva, la seconda caratteristica da definire nella progettazione di un vigneto è la sua densità, ovvero il numero di piante (ceppi) presenti per ettaro. Questa decisione è molto importante in quanto incide direttamente sullo sviluppo delle radici e quindi sulla capacità della vite di garantire raccolti ottimali sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Questo articolo è il terzo della serie su come progettare un vigneto.

Una densità alta determina una maggiore competizione tra le piante nella ricerca delle sostanze nutritive presenti nel terreno; questa competitività contribuisce a ridurre nella pianta lo sviluppo della parte vegetativa (meno foglie e frutti), dando grappoli ed acini più piccoli. Essendo meno rigogliosa, la pianta sarà anche meno esposta a malattie varie quali funghi, batteri, insetti, virus, ecc.

Proprio per effetto di questa aumentata concorrenza, le radici tendono a svilupparsi più in profondità (anzichè lateralmente) perchè spinte ad esplorare maggiormente il terreno alla ricerca di acqua e soluti (zuccheri, antociani, tannini e aromi), fondamentali per dare qualità all’uva e quindi al futuro vino. Quelli provienienti da vigneti ad alta densità sono dunque vini di maggiore qualità, e questo è vero soprattutto per i vini rossi da invecchiamento e super-premium (questi ultimi rappresentano meno dello 0,5% del totale dei vini prodotti), in quanto per i bianchi si tende ad apprezzare soprattutto la freschezza, l’acidità ed il minor tenor zuccherino.

Da un punto di vista teorico quindi, per ottenere un vino rosso di qualità è necessario puntare su un impianto ad elevata densità. Dal punto di vista teorico appunto. Negli ultimi anni infatti si è sempre più affermata una scuola di pensiero alternativa secondo la quale l’assioma “alta densità vuol dire vini di qualità” non rappresenta una ricetta universale ma un concetto da valutare caso per caso. Ne parla dettagliatamente Maurizio Gilly in un articolo comparso di recente sul blog di Slowine dal titolo Per me i vigneti ad alta densità sono una cagata pazzesca!

Nell’articolo dal titolo inequivocabile il famoso agronomo afferma che il concetto di impianto fitto (di scuola prettamente francese) non sia tanto legato ad un miglioramento qualitativo quanto ad un miglioramento quantitativo del vigneto e comunque, anche accettando un effetto qualitativo dell’impianto fitto, questo dovrebbe ad ogni modo essere calato sulla specifica realtà produttiva: vitigno, portainnesto, clima, terreno ecc. Si tratta in sostanza di una semplificazione, che il buon Gilly afferma non essere assolutamente valida per “vitigni vigorosi, portinnesti vigorosi, climi caldi, terreni fertili che in primavera trattengono l’acqua”.

Le argomentazione dell’agronomo sono molto precise e le condivido appieno. Pertanto, visto che il mio vigneto sarà composto da uve piedirosso (varietà notoriamente molto vigorosa) e che sorgerà alle pendici del Vesuvio dove caldo e terreno fertile non mancano, direi che la soluzione ideale per il mio vigneto debba essere la bassa densità. Indicativamente, possiamo suddividere la densità d’impianto in diverse classi:

  • bassa densità, con meno di 3000 piante/ettaro
  • media densità, dai 3000 ai 6000 piante /ettaro
  • alta densita, sopra ai 6000 piante/ettaro
Considerato che l’estensione del mio vigneto è di circa 6 are (100 are = 1 ettaro), affinchè sia a bassa densità non dovrà avere più di 180 piante. Il dato è tratto, nel prossimo articolo vedremo nel dettaglio come disporre queste piante.
Leggi anche gli altri articoli della serie:
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